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11/09/2011

"Un mondo che cambia", l'intervento del sindaco Variati alla commemorazione ecumenica dell'11 settembre alla chiesa dei Servi

Dieci anni fa il nostro mondo è cambiato. Non è frequente che siano singoli eventi a indurre trasformazioni nel nostro comportamento, nella nostra cultura, nel modo in cui guardiamo alla vita, e la viviamo. La storia opera su tempi più lunghi, assommando fenomeni di vasta portata, resistendo quasi sempre all’accelerazione data dai singoli fatti. Ancora meno frequente è che questi eventi, capaci di imprimere trasformazioni profonde nella nostra storia, trasformazioni percepibili nell’arco di poco tempo, siano eventi così immediati, così rapidi nel loro sviluppo, brucianti nella loro intensità.

L’11 settembre 2001 ha visto uno di questi eventi. Un evento nato e consumatosi nel giro di una sola giornata. Di poche ore, persino. Ma talmente potente da modificare, per molto tempo, le nostre vite e la nostra storia.  Superando in un secondo i confini geografici, le barriere linguistiche, le differenze culturali.

L’11 settembre 2001 ero in visita con una delegazione ufficiale della Regione a Washington DC, la capitale degli USA. Ricordo le notizie che si susseguivano, che si accavallavano in modo incontrollato. La prima torre, e poi la seconda. Il terrore che altri aerei fossero in volo per portare distruzione. Poi l’attacco al Pentagono, a poca distanza da dov’ero. Ricordo benissimo lo sgomento, negli occhi della gente, di tante donne e uomini americani, e lo sgomento dentro di me. E il panico, quello di sentirsi improvvisamente in una zona di guerra, potenziali bersagli di un conflitto sanguinoso. Ho provato in quelle ore una reazione individuale che sarebbe diventata la reazione di tutto il mondo, nell’arco di una sola luttuosa giornata.

Perché quel che è successo in quella limpida giornata di sole, in un posto a migliaia di chilometri da qui, ha toccato e cambiato tutti noi. Quella giornata ci ha fatto sentire indifesi.

Nei dieci anni successivi, e fino ad oggi, ci sarebbero stati altri attentati, nel mondo e anche nella nostra Europa. E ci sarebbero state guerre, più o meno esplicitamente legate alla lotta contro il terrorismo internazionale. Guerre in cui anche gli italiani hanno pagato un prezzo alto di sangue, in Iraq, in Afghanistan. Un prezzo, è facile pensare, forse troppo alto, per i lutti che ha portato, per le famiglie distrutte dal dolore.

Oggi, dieci anni dopo, il mondo sembra sul punto di cambiare una volta di più. Fermenti di liberazione germogliano in mondi, come quello arabo, che per decenni hanno conosciuto una ferrea oppressione, una tirannide militare, civile, religiosa, che restringeva la libertà e spegneva nel sangue e nelle stanze di tortura delle polizie segrete ogni anelito di libertà. Per gli stessi popoli che hanno vissuto le recenti guerre che citavo prima sembra essere giunto il momento di assumere un nuovo protagonismo, questa volta in proprio, questa volta autenticamente intriso di un afflato di liberazione come nazione, come folle di cittadini che reclamano per sé gli stessi diritti che noi occidentali conosciamo e coltiviamo – a volte senza apprezzarli a sufficienza – da decenni o da secoli. Ed è così per altri popoli, per altre piazze.

Ma il nostro mondo cambia anche per una crisi economica che è, come non succedeva da tempo, profonda, strutturale, e globale. Assistiamo al nascere di tensioni sociali che paiono giunte ormai sull’orlo della rottura, di una possibile violenta deflagrazione. Aggiorniamo ogni giorno le statistiche sulle nuove povertà, qui nel ricco Occidente, nella ricca Italia, nella nostra ricca terra veneta, e nella nostra città, questa città simbolo che da più di mezzo secolo vede convivere la comunità americana a quella italiana.

Come dopo gli attentati dell’11 settembre, come dopo le guerre, come dopo le rivolte della “primavera araba”, oggi siamo chiamati tutti a ripensare il nostro mondo per salvarlo. A ridefinire le nostre scelte e le nostre priorità. A ricordarci di quali sono i valori irrinunciabili, per i quali è giusto e persino doveroso combattere.

E una volta di più siamo chiamati a coltivare, e non mi stancherò mai di ripeterlo, la speranza.

Perché è la speranza che fa muovere il mondo. È la speranza in un futuro più luminoso che ci infonde il desiderio di migliorarci e di migliorare il mondo attorno a noi, che ci fa considerare i bambini il bene più prezioso, che ci fa combattere le battaglie più importanti, che ci spinge a sollevare lo sguardo dalle miserie per guardare alle stelle.

Perché sempre la speranza ci guida nelle nostre scelte e nelle nostre azioni, come ci guida l’amore. È con speranza che, anche dopo giorni di pioggia, guardiamo al cielo. Nella certezza che anche le nuvole più cupe non durano per sempre, e che sempre il cielo tornerà ad aprirsi al sole.

Anche e a maggior ragione in questo tempo di crisi, in questo tempo incerto, in questo tempo di paura. Il dolore e il lutto rendono gli uomini fratelli nell’ombra della morte. La speranza ci rende fratelli sotto il segno luminoso della vita.

Dieci anni fa, quando dopo il crollo delle Torri già si sognava la ricostruzione. Oggi, davanti alle nuove sfide di questo mondo che cambia, quando saremo chiamati una volta di più a combattere per ciò che di più bello e caro e prezioso abbiamo nelle nostre vite di uomini, di comunità, di popoli.

Achille Variati
Sindaco di Vicenza
11 settembre 2011

 

 

 

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