Descrizione
Al Museo civico di Palazzo Chiericati da settembre saranno esposti due capolavori provenienti da Parigi e dall’Austria: “L’allegoria della Verginità” di Memling dal Musée Jacquemart-André di Parigi e “La deposizione di Cristo nel sepolcro” di Zelotti per le monache del Corpus Domini di Vicenza, oggi conservata nel Castello di Pitten.
Per la rassegna “Ospiti al Chiericati” il museo accoglie (dall’8 settembre 2026 al 31 gennaio 2027) una singolare e preziosa tavoletta che si custodisce nelle raccolte d’arte della splendida casa museo parigina dei coniugi Nélie Jacquemarte e Edouard André sul Boulevard Haussmann: “L’allegoria della Verginità” del pittore tedesco, naturalizzatosi fiammingo, Hans Memling. L’opera viene presentata in dialogo con uno dei capolavori delle raccolte civiche vicentine, il pannello centrale del Trittico di Jan Crabbe che Memling dipinse per l’abbazia cistercense delle Dune di Koksijde, nelle Fiandre Occidentali (attuale Belgio).
La composizione risalta la singolare iconografia, dal contenuto apparentemente enigmatico. In un fondo valle punteggiato da boschi e da una città turrita, la terra partorisce un’altura frastagliata che gemma in aguzze punte di quarzo scintillante; sulla sommità una fanciulla, in costume borgognone, è il bocciolo che fiorisce dalla concrezione rocciosa. Ai piedi del monticello, da cui sgorga una fonte d’acqua pura frammista a pietre preziose e coralli, due leoni guardinghi, muniti di scudi forgiati ad arte, custodiscono il “tesoro”. Ogni elemento concorre a fare di questo nobile e prezioso “emblema” un’allegoria parlante, che parrebbe rimandare al trionfo della verginità o della purezza. Il monte impervio rimanda, come l’hortus conclusus, all’inviolabilità della donna, che intreccia le mani in grembo e abbassa lo sguardo, nei tipici gesti della pudicizia e della castità; l’ametista, con il suo colore viola, è simbolo di umiltà e verginità; la fonte, sorgente di vita, come le gemme che sgorgano, sono richiami alla condizione paradisiaca ed edenica, sine macula, senza peccato. C’è chi ha intravisto, nella trama simbolica del quadro, un’allegoria della Vergine Maria Sede della Sapienza Divina, come i leoni salomonici parrebbero adombrare. Puntuali confronti con opere che si scalano tra anni settanta e ottanta del Quattrocento, consentono di collocare la tavoletta francese in questo scorcio di anni. Anche se va rilevato che gran parte dello sfondo paesaggistico è frutto di un rifacimento, la qualità dell’opera depone in favore della piena autografia. Se sconosciuti restano i committenti, difficile è capire quale fosse l’assetto originario della tavola: forse fungeva da ‘coperta’ allegorica a un ritratto o più probabilmente è elemento di un dittico o di una serie di quadretti concepiti come moniti morali e inviti alla virtù.
In occasione del Cinquecentenario della nascita di Giambattista Zelotti, la rassegna “Ospiti al Chiericati” presenta (dal 10 settembre 2026 al 31 gennaio 2027) un raro capolavoro della produzione religiosa del pittore veronese: la “Deposizione di Cristo nel sepolcro”, già nel monastero delle canonichesse regolari lateranensi del Corpus Domini di Vicenza fino alle soppressioni napoleoniche, oggi conservata nel Castello di Pitten in Austria. A oltre duecento anni dalla sua dispersione, il dipinto torna eccezionalmente a Vicenza, la città per cui fu realizzato, esposto accanto alle opere di collaboratori e sodali di Zelotti, come Paolo Veronese e Giovanni Antonio Fasolo.
Secondo il Vangelo di Giovanni (19, 38-42), dopo la morte di Gesù sulla croce, Giuseppe d’Arimatea, autorevole membro del Sinedrio e suo discepolo in segreto, ne chiede il corpo a Pilato. Con l’aiuto di Nicodemo, lo trasporta in un giardino presso il luogo della Crocifissione, lo unge con mirra e aloe secondo l’usanza giudaica e lo depone in un sepolcro vuoto. Secondo gli evangelisti Marco, Matteo e Luca, con loro ci sono Maria di Màgdala e Maria la madre di Gesù. È il giorno di Parasceve (“preparazione”), il Venerdì di Pasqua. Prendendo spunto dalle incisioni di Parmigianino e Schiavone, Zelotti interpreta il soggetto con rara maestria, restituendo anatomie e panneggi con studiata abilità prospettica e seducente qualità tattile, esaltata dal preziosismo cromatico e dagli efficaci accordi timbrici. L’opera, databile per confronto stilistico al tempo dell’esecuzione degli affreschi della villa Emo a Fanzolo, è ricordata da Ridolfi (1648) nella chiesa delle monache agostiniane del Corpus Domini di Vicenza, dove si trovava anche un’Ultima Cena ora perduta. Boschini (1676) precisa che essendo «già in pericolo d’esser rubato le Madri lo tengono in monasterio; però nella loro solennità, che è il giorno del Corpus Domini, lo pongono in Chiesa, e poi lo ritornano al Monasterio». Dispersa a seguito delle soppressioni napoleoniche e della demolizione del convento, la tela riemerse nel 1986. L’identificazione con il dipinto vicentino descritto dalle fonti è confermata dall’incisione del bassanese Gaetano Zancon, realizzata poco prima della dispersione, che ne ricalca fedelmente il disegno.
Le due opere si possono ammirare dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 18 (ultimo ingresso 17.30) al Museo Civico di Palazzo Chiericati.
Ingresso con biglietto. Gratuito con la Platinum Card.
Informazioni: https://www.museicivicivicenza.it/it/