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18/04/2012

“Perché i classici devono a parlare?”, il 20 aprile tavola rotonda nell’ambito del progetto “Classici contro”

Il 20 aprile, alle 17 all’Odeo del Teatro Olimpico di Vicenza (con il 'tutto esaurito'), classicisti e non classicisti, dell'Università e dei Licei, si incontreranno e discuteranno davanti all'ampio pubblico sulla questione che sta all’origine dei Classici contro, ossia se, perché e come i Classici debbano parlare ai nostri giorni.

Oltre agli ideatori dei Classici contro Alberto Camerotto e Filippomaria Pontani di Ca' Foscari, interverranno nella tavola rotonda Anna Beltrametti, docente di Drammaturgia Classica e direttore del Centro di Studi sul Teatro classico dell'Università di Pavia, Maurizio Bettini, filologo e direttore del Centro di Studi Antropologia e Mondo Antico dell'Università di Siena, scrittore e opinionista per La Repubblica, Luciano Chiodi, docente del Liceo Classico Pigafetta di Vicenza, Davide Susanetti, filologo e grecista dell'Università di Padova. Sarà un dibattito aperto a tutti, agli studiosi, ai cittadini, ai giovani, una boule per pensare e decidere. Si potrà intervenire con domande e opinioni. Perché far parlare i classici? Certo sono parte costitutiva del nostro mondo, che lo si voglia o no: per questo hanno molto da dirci e di regola abbiamo fiducia nella loro voce. Sono però soprattutto altro da noi. È bene sottolinearlo. Il mondo antico è fatto di società diverse dalle nostre, per lo status degli individui e per le regole delle collettività. Sappiamo bene che quando abbiamo tentato di paragonarci agli antichi li abbiamo trasformati e manipolati secondo la nostra prospettiva e soprattutto secondo i nostri fini, con strumentalizzazioni problematiche, e spesso anche disastrose. Ma se riconosciamo che i classici sono qualcosa di diverso dal nostro hic et nunc e sappiamo ascoltarli nella problematicità della loro voce, proprio in questo stanno le loro potenzialità. È lo sguardo da lontano che sa vedere in modo straniante quelle cose che la consuetudine ci abitua a non comprendere più. È come avere la fortuna di comunicare con il sistema solare di Kepler-11 – di cui abbiamo avuto da poco notizia da parte degli astrofisici – a 2000 anni luce di distanza nel tempo e nello spazio: solo che le risposte arrivano subito senza attendere altre migliaia di anni tra andata e ritorno.

È come se gli antichi ci guardassero e ci inviassero le loro osservazioni su ciò che stiamo facendo per metterci in discussione. Perché in effetti il problema siamo noi, che dobbiamo fare i conti con quello che siamo. Oltre a fare gli antichisti, con tutti i dubbi che ci possiamo porre pure su questo, più in generale siamo anche degli individui in un mondo che oggi chiamiamo globale, soggetto a trasformazioni sempre più rapide e complesse, delle quali non riusciamo a comprendere fino in fondo le direzioni. Siamo cittadini di una delle democrazie moderne, che giorno dopo giorno rivelano aspetti problematici non meno del laboratorio democratico dell’Atene classica (una volta rimossi i miracoli e le idealizzazioni). Da queste relazioni e dalle tensioni implicite nasce la domanda e anche un tentativo di risposta insieme al progetto dei Classici contro.

Salvatore Settis, che ha sostenuto con passione il progetto e che per i Classici contro ha parlato del bene comune (con la sua consueta parrhesia), è intervenuto più volte su questo tema che ci sta a cuore e in particolare su questa domanda, per porci il problema dell’impegno civile di chi si dedica alla ricerca: “Ha senso, per esempio, che un professore di archeologia e storia dell’arte parli di evasione fiscale? O lo studioso deve limitarsi alla propria specializzazione, lasciando i temi di attualità ai politici di mestiere?”. V’è una dimensione più alta e più forte nella quale cercare una risposta – questo il suggerimento. Entra in gioco proprio l’idea della parrhesia e la sua essenza: quello che è importante è “il diritto di parola non dell’intellettuale, bensì del cittadino”. È un fatto di sostanza che affiora evidente dalle parole antiche, perché “politica è, per etimologia ma anche per le ragioni della storia e dell’etica, prima di tutto un libero discorso da cittadino a cittadino; un discorso sulla polis, dentro la comunità dei cittadini e a suo beneficio”.

Le parole valgono per tutti e valgono bene per i nostri Classici contro: “chi fa ricerca non è un cittadino ‘speciale’, non deve sentirsi né più savio né più autorevole degli altri cittadini. Deve però saper parlare da cittadino ai cittadini, semmai utilizzando le abilità acquisite nel far ricerca, con umiltà e con rigore, per meglio raccogliere i dati di un determinato problema, interconnetterli in una tessitura narrativa, disporli secondo un ordine argomentativo, proporli alla pubblica discussione con tutta l’onestà e l’eloquenza di cui è capace”.
Una cosa appare ben evidente: quello che ci sembra un diritto è piuttosto un dovere.
I Classici devono parlare, è il loro compito, e i classicisti semplicemente prestano loro la voce.

Il progetto Classici contro è dell'Università Ca' Foscari, a cura di Alberto Camerotto e Filippomaria Pontani, in collaborazione con l’Associazione Italiana di Cultura Classica di Venezia, il Centro di studi "Antropologia e Mondo Antico" dell’Università di Siena, l’assessorato alla cultura del Comune di Vicenza e il liceo classico Antonio Pigafetta di Vicenza.

Informazioni: http://lettere2.unive.it/flgreca/aicc.htm, alcam@unive.it – f.pontani@unive.it

ForumClassiciContro: http://lettere2.unive.it/flgreca/ForumClassiciContro.htm

 

 

 

 

 

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