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22/01/2010

Oggi le iniziative in memoria di Mariano Rumor

Questa mattina a Palazzo Trissino si è tenuta la prima delle iniziative di commemorazione di Mariano Rumor a 20 anni dalla morte. Alle 13, nell’antisala del consiglio comunale, il sindaco di Vicenza Achille Variati ha reso omaggio allo statista, con la posa di una corona d’alloro ai piedi del bassorilievo che lo ricorda, alla presenza di amministratori e dirigenti comunali.

Hanno quindi preso la parola il presidente della fondazione Rumor, Lorenzo Pellizzari, e il presidente del consiglio comunale, Luigi Poletto.

"Oggi – ha detto l’avvocato Pellizzari – Vicenza ha dato una grande soddisfazione a Mariano Rumor che amava molto la propria città e ha sempre seguito le sorti della nostra comunità. Nel testamento aveva chiesto che le sue carte, i suoi scritti, i libri fossero a disposizione di chi volesse ricordarlo con obiettività e onestà. Forse negli ultimi tempi sentiva di essere stato dimenticato o di esser stato ingiustamente criticato. Per questo chiedeva soltanto di essere ricordato nella verità. Con le cerimonie di oggi, non solo a Vicenza, ci siamo messi sulla giusta strada".

Il presidente Luigi Poletto ha quindi tracciato un profilo della figura politica e di eminente statista di Rumor, ripercorrendone la vita dagli studi universitari, all’impegno antifascista, dalla vicinanza con i grandi leader della democrazia cristiana fino alle azioni svolte da ministro e da capo del Governo e all’impegno a livello internazionale: "Con Rumor al Governo – ha detto Poletto – la Repubblica Italiana ha vissuto un periodo fortemente riformista. C’era Rumor quando videro la luce la riforma delle Regioni, la legislazione referendaria, lo Statuto dei lavoratori, l’avvio della riforma universitaria... Non è un caso che per molti di noi sia ancora un punto di riferimento".

Le iniziative per commemorare Rumor proseguiranno alle 19 nella chiesa di Santo Stefano dove il concerto organizzato dal Comune con il dipartimento di musica antica del Conservatorio "Arrigo Pedrollo" sarà preceduto da una prolusione del sindaco Achille Variati (qui sotto riportata).

Mariano Rumor, l’attualità di un esempio

di Achille Variati

 Autorità, rappresentanti delle istituzioni, amici di Mariano, concittadini, stasera ricordiamo, a vent’anni dalla scomparsa, la figura e l’insegnamento di Mariano Rumor, figlio illustre di Vicenza.

Nelle settimane che verranno saranno numerose le iniziative nazionali che permetteranno di approfondirne la figura politica centrale, e che attraverso l’analisi restituiranno il quadro complesso e sfaccettato dell’Italia in alcuni periodi cruciali della propria storia, in particolare negli anni difficili e fondamentali tra i ’60 e gli ‘80. A partire dalla prossima commemorazione che si svolgerà a Roma, in Parlamento, anche grazie al lavoro appassionato e devoto della Fondazione a lui intitolata, la Fondazione Rumor, e che ringrazio a nome della città nella figura del presidente, avvocato Lorenzo Pellizzari.

Noi abbiamo deciso di ricordarlo con semplicità e sobrietà. Quella sobrietà vera e sincera che è stata forse il tratto dominante e profondo della personalità di Rumor. Riunendoci qui, nella città che fu sua ed è nostra, e nella sua chiesa. E ascoltando, dopo queste mie brevi parole, le note di Haendel e Monteverdi, ma soprattutto la straordinaria cantata di Bach conosciuta come “Actus tragicus”.

E voglio ringraziare della collaborazione il dipartimento di musica antica del Conservatorio “Arrigo Pedrollo”, istituzione che dimostra sempre di saper essere protagonista nella vita della nostra città, grazie anche alla guida del maestro Troncon, un vero amico di Vicenza. Sarà un percorso musicale, anch’esso breve ma intenso, di meditazione sul senso della morte e sul bisogno della memoria.

 Sobrietà, ho detto. Un elemento che è sempre più raro associare alla politica, e ancor meno al successo e al potere. E Mariano Rumor, uomo politico per eccellenza, fu un vicentino di straordinario successo, e di innegabile potere. Consigliere comunale, deputato, senatore, parlamentare europeo, segretario di una Democrazia Cristiana allora egemone, presidente mondiale dei democratici cristiani, ministro e Presidente del Consiglio dei Ministri per ben cinque volte. Fa persino impressione, per chi ebbe la fortuna di conoscerlo, frequentarlo, esserne allievo, confrontare a quali alti onori egli sia giunto con il carattere a cui restò sempre fedele. Sobrio, appunto, colto, moderato nel comportamento pubblico, persino modesto in quello privato. Profondamente e intimamente coerente, lungo tutto l’arco della sua parabola terrena, a se stesso, alla propria fede, alla propria cultura, alla propria terra.

E forse proprio in questo sta la chiave per comprendere quella che oggi, vista con gli occhi di un mondo e di una politica profondamente mutati, appare quasi un’anomalia. Forse sta nella forza delle sue radici. Radici che fanno solidi gli uomini, e non diversamente gli uomini politici.

Rumor fu, prima di tutto, un grande vicentino e un grande veneto. Un figlio di questa nostra terra, e di questo popolo, della sua tradizione, della sua operosa e inventiva intelligenza, della sua antica preferenza per la cultura del fare rispetto alla bramosia dell’apparire. E muovendo dal Veneto portò a Roma, prima in Parlamento e poi ai vertici dello Stato, la nostra cultura e la nostra voce: il patrimonio di un mondo in rapida trasformazione, ma che sapeva ancora governare la modernizzazione temperandola in uno spirito solidale e comunitario. Rumor divenne il miglior interprete e rappresentante della grandezza di un Veneto capace non solo di affermarsi come esempio fulgido di affrancamento nel miracolo economico ma anche di arrivare a guidare il Paese, avviandolo a una stagione di grandi e durature riforme.

 E proprio attraverso la sua figura molti vicentini, e molti veneti, si sarebbero in modo finalmente compiuto riconosciuti nello Stato. In un esempio maturo e moderno, ma avverso alle mode e all’effimero, di democrazia vera, in cui chi rappresenta un territorio non lo dimentica appena arrivato a Roma, e anzi il rapporto con quel territorio continua a coltivare negli anni, con sincera dedizione agli ideali di una politica innervata dallo spirito di servizio.

Da parlamentare, Rumor continuava a ricevere, regolarmente, i suoi concittadini: che non erano per lui solo elettori ma membri di una stessa comunità, abitanti della medesima “piccola Patria” in cui lui ritrovava le proprie radici.

Le proprie radici, e la propria casa. Anche nei lunghi anni al Governo, come ministro o come Presidente del Consiglio, per Rumor la casa non era a Roma: casa era qui. Nell’abitazione di ponte Pusterla, nella segreteria di viale Milano, tra le strade della sua città, in questa chiesa in cui stasera lo ricordiamo.

 Furono anni, quelli del Rumor capo di Governo e statista, elettrizzanti e terribili, fecondi di mutamenti ma drammatici: la modernizzazione della nostra società, i movimenti di contestazione studentesca, l’affermarsi di nuovi diritti di partecipazione politica, e del terrorismo più feroce, quello che insanguinava le strade e che sarebbe culminato nel rapimento e nell’uccisione di Aldo Moro. Un livello di violenza oggi quasi dimenticato scuoteva e minacciava la Repubblica: eppure, la politica seppe, grazie a uomini come lui, tener fede a principi di moderazione, dialogo, mediazione, intelligenza, civiltà. In una parola, democrazia. 

Ma non erano, questi, attributi della debolezza. Al contrario, erano segni di forza. Chi è forte sa dialogare. Chi è forte non teme il confronto. Chi è forte conosce l’arte virtuosa della mediazione. È il debole che cerca di nascondere la propria insicurezza in un perenne esibizionismo muscolare, rifiuta il dialogo, ricerca attivamente lo scontro in un finto decisionismo alla resa dei conti incapace di assolvere la missione che dovrebbe essere della politica: fare il bene comune. O forse fare il bene, senz’altri aggettivi.   

 Ma non c’è, e non ci dev’essere, alcuna nostalgia in questa nostra commemorazione. Non celebriamo Mariano Rumor per rimpiangere o mitizzare una presunta età dell’oro della vita politica italiana, ma l’attualità della sua figura, del suo insegnamento, del suo esempio.

E pensando al suo esempio, voglio dedicare l’ultima parte di questo mio ricordo non al Rumor dell’irresistibile ascesa verso i vertici della Nazione, ma a quello degli ultimi anni.

Un uomo non si giudica solo da ciò che fa quando è all’apice del potere e del successo. Lo si vede meglio, e lo si pesa appieno, quando affronta la parte accidentata e difficoltosa del sentiero.

 E chi ha conosciuto Mariano Rumor sa che visse tutta la vita sotto lo stesso segno, in rara coerenza: fin nella parte finale della propria parabola, negli anni del declino politico, dell’allontanamento dalle luci della ribalta e della politica nazionale, del “ritorno” a Vicenza, piccola patria mai dimenticata né rinnegata. Non più Presidente del Consiglio, non più Ministro, messo in discussione dal dibattito politico nazionale anche dentro il suo partito, Rumor conobbe l’amarezza esistenziale di chi vede allontanarsi quanti prima si professavano amici.  

Qualche amico qui presente ricorderà, come ricordo io ora con emozione, quello straordinario discorso alla Montanina, vicino a Velo, fatto davanti agli amici veri che non gli avevano girato le spalle, in cui non prometteva posti e successi ma solo la testimonianza fiera, forse dolorosa, di un progetto politico.

Assistette alla perdita del senso forte di quella missione che aveva fatto grande la DC, intuì la vicina messa in crisi di un intero sistema partitico che stava smarrendo la capacità di interpretare e anticipare le attese dei cittadini. Vide tutto questo con lucidità, e con lucidità lo disse aprendo, da Presidente, il congresso regionale della DC di Thiene, nel gennaio del 1990, il giorno prima di morire.

Ricordo questa parte declinante della sua parabola non per indicarla come decadenza e malinconia. Al contrario, ne rivendico una lettura in piena luce: perché proprio negli anni che una lettura semplicistica etichetta come quelli del “declino” egli mostrò fino in fondo la forza del suo carattere. Seppe viverli con dignità e decoro, con sobrietà e immutata dedizione a un’idea alta e profonda di politica: gli stessi tratti che l’avevano accompagnato negli anni della grandezza e del massimo potere. 

Gli anni che storici e studiosi dicono “bui” non lo cambiarono: restò quello che era, fedele a ciò a cui era stato, per tutta la vita, devoto: la sua terra, il suo popolo, la sua città, il senso dello Stato, la fiducia nella politica come servizio alla comunità e al Paese.

Vivere seguendo il dettato coerente e irremovibile della propria coscienza, avvertire il dovere quasi sacro di testimoniare una strada diritta, mantenersi fedeli a se stessi nell’ascesa come nel declino, quando il sole è alto e quando il giorno volge alla notte.

Negli anni di una cultura ossessiva dell’immagine, in cui l’unico imperativo della società – e ahimè, anche della politica! – pare essere l’affannosa ricerca di un successo personale per quanto effimero, è forse il Rumor degli ultimi anni quello che può lasciarci il più prezioso insegnamento. Quello dell’esempio, che non ha bisogno di ammantarsi di parole ma si mostra, silenziosamente, nei passi di una vita.

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