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11/09/2012

L'intervento del sindaco di Vicenza Achille Variati alla commemorazione dell'11 settembre

Achille Variati
Sindaco di Vicenza
11 settembre 2012

 

Viviamo in un’epoca dominata dalle immagini. Come mai prima d’ora, le immagini sono pervasive. Come mai prima d’ora, occupano uno spazio centrale. Come mai prima d’ora, riempiono la nostra vita di ogni giorno, definiscono il modo in cui vediamo le cose, danno forma al nostro immaginario di individui e di popoli.

E naturalmente, in una società delle immagini come questa, il rischio è quello della perdita di valore. Abbiamo costruito un mondo che cambia così rapidamente da esserci abituati alla logica del “fast food”: veniamo nutriti di idee e immagini che digeriamo e consumiamo in fretta, senza pensarci, senza fermarci abbastanza a riflettere. Così anche i simboli, persino i più forti, rischiano di perdere rapidamente significato. Di dissociarsi da ciò che vogliono dire, restando pura immagine. E come tali, destinati a sbiadire.

L’11 settembre è diventato immediatamente un simbolo, un grande simbolo planetario. Fatto di immagini e di idee. Di immagini capaci di parlare, di comunicarci qualcosa. Abbiamo tutti negli occhi, ancora oggi, a distanza di tanti anni, la visione delle Torri Gemelle, in quella limpida mattina di settembre. Una delle Torri in fiamme. Il secondo aereo che si avvicina. Lo schianto. L’esplosione. La seconda Torre che brucia. Il fumo. Le sirene. Il panico. Le grida. Il crollo delle Torri.

Ma la forza di quel simbolo, l’11 settembre, non era solo nelle immagini. Il cinema e la televisione ci hanno abituati a vedere e rivedere scene catastrofiche, ci hanno assuefatti alle esplosioni e alla distruzione. Ciò che ha reso quelle immagini un simbolo capace di durare nel tempo è che quelle immagini erano capaci di dirci qualcosa. Di farci provare qualcosa. E qualcosa di forte e di potente. Subito, la paura: paura perché se poteva essere colpito un simbolo così orgoglioso dell’Occidente, eravamo tutti più vulnerabili. Poi, il dolore: dolore perché quel simbolo, il paesaggio di New York, faceva parte del nostro immaginario, aveva trovato un posto nel nostro cuore, e ora sotto le rovine e le ceneri di quelle due Torri così familiari anche a chi non era mai stato negli Stati Uniti c’erano i cadaveri di persone, a centinaia e migliaia. Persone come noi, padri, madri, figli, fratelli, amici.

Ma l’11 settembre ha dimostrato, nel corso del tempo, di saper essere un simbolo così forte perché ha avuto la capacità di trasformarsi. Non è rimasto solo un simbolo di paura, di dolore, di guerra. È diventato qualcos’altro. Nelle immagini e nelle storie dell’eroismo dei soccorritori, poi nella compostezza piena di dignità delle commemorazioni della strage e dei morti, quindi nel progetto di costruzione di un nuovo grattacielo che prendesse il posto delle Torri abbattute, l’11 settembre è diventato anche un simbolo di forza. E di speranza.

Ed è la speranza che fa muovere il mondo. È la speranza in un futuro più luminoso che ci spinge a sollevare lo sguardo dalle miserie per guardare alle stelle. È la speranza che ci consola, anche nella notte più buia, con la certezza di una nuova alba.

Ma c’è un’ultima riflessione che voglio fare. Come dicevo all’inizio, i simboli degradano a semplici immagini, e sbiadiscono, se non sono nutriti di idee e di significato. Non è un caso che una città come Vicenza, una piccola città che non è una grande capitale della politica, ma al massimo una capitale dell’architettura, abbia da alcuni anni voluto ricordare l’11 settembre. Lo abbiamo voluto perché Vicenza ospita da decenni una presenza americana tra le più importanti in Europa. E una presenza, come sappiamo, destinata a breve ad aumentare. Era naturale e giusto, quindi, che venisse istituito un momento di commemorazione che avvicina e lega le nostre due comunità. Un atto simbolico, anche questo. Che ha bisogno di rinnovare costantemente il proprio significato, se non vogliamo che diventi un rito vuoto, una cerimonia solo formale.

Preparando queste note, mi è capitato di rivedere un video della grande cerimonia di commemorazione dell’11 settembre, fatta un anno fa a New York. In una struggente performance, Paul Simon cantava la sua canzone più celebre: The Sound of Silence, “Il suono del silenzio”. È una canzone che racconta la mancanza di comunicazione, e parla di come il silenzio allontani le persone, impedisca il dialogo e la comprensione, faccia crescere la paura.

Il significato che io voglio dare a questa nostra commemorazione è anche questo. Ricordiamoci le ragioni che ci uniscono. Ricordiamoci sempre che il dialogo è la ricetta migliore perché le nostre due comunità prosperino in armonia, come è giusto e come vogliamo che accada. Non lasciamo che a vincere sia, come nella canzone, “Il suono del silenzio”.

ATTENZIONE: La notizia si riferisce alla data di pubblicazione indicata in alto. Le informazioni contenute possono pertanto subire variazioni nel tempo, non registrate in questa pagina, ma in comunicazioni successive.

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