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25/04/2011

25 aprile 2011, Festa della Liberazione: il discorso del sindaco Achille Variati e l’orazione ufficiale del presidente del consiglio comunale Luigi Poletto

Il discorso del sindaco Achille Variati

Saluto il signor prefetto, le autorità religiose, militari, le autorità civili, parlamentari, regionali, provinciali, il presidente del consiglio comunale, gli assessori e i consiglieri comunali, che con me condividono l’impegno amministrativo per Vicenza.
Un affettuoso saluto alle associazioni combattentistiche e d’arma, ai volontari della libertà, all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (quest’anno non è tra noi Giulio Vescovi che ricordo con particolare affetto), all’associazione Internati nei campi di concentramento, all’associazione delle vittime civili di guerra, ai sindacati, tutte associazioni che non mancano mai di essere presenti con le loro bandiere e i loro labari, simboli di storia, di sofferenze e di onore.
Saluto voi care concittadine e cari concittadini che siete venuti oggi in piazza a testimoniare libertà.
Purtroppo su questa Festa il 25 Aprile anche quest’anno dobbiamo registrare un nuovo imbarbarimento.  Sembra che ogni anno ci sia, da parte di alcuni, la volontà di insultare e vilipendere più gravemente questa festa. Che non è la festa di una parte. È la festa di tutti, e di tutta l’Italia che ama e celebra la libertà. È la festa della libertà. E non dovrebbe essere, la libertà, qualcosa che unisce, che tutti vogliono, per cui tutti combattono?
Eppure anche quest’anno ci troviamo a dover difendere il significato profondo, fondativo, di questa data. Quasi come se dovessimo giustificarla, o giustificarci.
Ma non è così. Non c’è nulla da giustificare. C’è da rivendicare, con orgoglio, un’appartenenza. Quella che anche oggi ha chiamato qui -  e vi ringrazio per la presenza – tutti voi.
Citerò solo un esempio, che non mi piace e che abbiamo letto in questi giorni. Qua, nella nostra Vicenza, due volte medaglia d’oro al valor militare, per l’eroismo mostrato durante il risorgimento, per i sacrifici patiti durante la resistenza. Due lotte di liberazione, in effetti, in cui i vicentini non sono mai mancati. E qui, nella nostra Vicenza, pochi giorni fa una forza politica ha chiesto che il Museo del Risorgimento e della Resistenza cambiasse nome. Lo hanno chiesto proprio in questi giorni, per il 25 aprile. Quel bel museo, quel museo commovente e testimone di coraggio civile che così tanti vicentini hanno visitato nelle scorse settimane, nelle celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia. Quel museo, quel nostro amato museo, questi giovani che un tempo si sarebbero chiamati semplicemente neofascisti, e che oggi non sappiamo neppure più come chiamare nella confusione delle sigle della politica, hanno chiesto di cambiarlo. Di cambiarne il nome. Da “Museo del Risorgimento e della Resistenza” a “Museo del Risorgimento e della concordia nazionale”. Hanno chiesto di cancellare la parola “Resistenza”. Lo ripeto: hanno chiesto di cancellare la parola RESISTENZA. E per spiegare questa loro offensiva, patetica, oscena proposta hanno scritto, perché non c’è limite al peggio, che  mentre il Risorgimento aveva unito, la Resistenza ha diviso.
E loro, questi giovani  confusi senza patria né causa a cui persino qualche consigliere comunale della nostra città, nelle scorse ore, ha offerto penosamente una sponda e una ragione, proprio non capiscono. E forse parlano, sbagliando, in buona fede.
Io non lo so cosa pensiate voi. Ma io non voglio nascondermi dietro la retorica dell’uguaglianza. Non voglio nascondermi dietro il politicamente corretto. Non voglio nascondermi dietro l’equidistanza.
Io voglio dire senza paure che certo, sì, la Resistenza divise: e fu un bene, fu un sommo e tragico e grande bene, perché divise tra chi aveva ragione e chi aveva torto, tra chi combatteva per la libertà e chi per la dittatura, tra chi diede la vita per un’Italia che fosse moderna e aperta e democratica e chi la diede, pur in buona fede alcuni, per un’Italia chiusa, retrograda, ridicola nella sua retorica fascista, alleata e amica dell’abominevole regime nazista.
Certo che la Resistenza divise: divise tra chi era con i nazisti e chi era contro.
Ed è questo un male? È qualcosa di cui vergognarsi?
No. Questo è esattamente ciò che noi ogni anno qui ricordiamo, e rivendichiamo. Questo è esattamente cosa sta scritto a fondamento della nostra amata Costituzione, che nasce dall’antifascismo ed è costruita per impedire che altri fascismi e dittature ritornino.  
Ed è allora giusto, forse, riflettere sulle scelte. E le conseguenze delle scelte che facciamo. Le scelte che facciamo, le azioni che compiamo, non esistono in sé e per sé. Da sole. Né da sole possono essere giudicate, come se fossero oggetti astratti.
Ogni scelta è scelta tra questo o quello. Ogni azione è scelta di fare questo o quello. Ed esistono le conseguenze. Gli esiti. E non sono forse gli esiti a definire il valore di una scelta, il significato di ogni azione? A dirci, a distanza di tempo, se quella scelta, quell’azione, è stata giusta o sbagliata?
Oggi invece i profeti di un revisionismo pasticcione ci assediano, anno dopo anno, con un’altra teoria. E la ripetono talmente tanto che rischia persino di passare per buona. E tanto si è  svilito il clima politico che cose un tempo inaccettabili oggi le dobbiamo, così pare, tollerare, per non sembrare estremisti, faziosi.
Questi falsi profeti dicono: dobbiamo equiparare, dobbiamo mettere sullo stesso piano.
Dicono: ci vuole reciproco riconoscimento.
E propongono di cambiare i nomi.
E vogliono riscrivere la storia.
E propongono la strana idea per cui tutte le opinioni hanno lo stesso valore, e non ne esiste una giusta e un’altra sbagliata, perché tutte hanno la stessa dignità.
Non so come la pensiate voi, ma io sono stanco di questa deriva. Sono stanco di questo relativismo che è insensato, perché rinuncia allo stesso principio che possa esistere una verità, una cosa più giusta di un’altra – questo relativismo che è la forma moderna e più pericolosa del nichilismo, è il rifiuto di riconoscere e attribuire significato alle cose.
Significa in fondo l’indifferenza verso ogni idea, verso lo specifico significato di ogni idea, secondo la teoria, errata e mistificante, che ogni idea sia uguale alle altre. Ma se tutte le idee hanno la stessa dignità, nessuna ne ha.
Qualcuno dirà: ecco, si vuole dividere. Ecco, si vuole continuare con i muri, con la guerra permanente.
No, non è così. Ma una cosa è la pietà, l’oblio caritatevole, l’amore che ci affratella come popolo. Altra cosa è il compromesso, lo svilimento, l’accettazione di un’aggressiva campagna per distruggere il significato della festa della Liberazione.
Ci sono cose che sono uguali, e queste sì equiparabili. È uguale il sangue, che ha un solo colore. Sono uguali le vite distrutte. Uguale è il valore di quelle vite. Uguale il valore di quelle anime, e la loro fragile, vulnerabile unicità e bellezza. Uguale è il dolore delle madri che seppelliscono i figli. Uguali le lacrime dei bambini che non conosceranno i padri.
Ma ci sono cose che non sono uguali. Non sono uguali il significato, le idee, la giustezza di quelle idee, la dignità, non sono uguali le ragioni.
E non è uguale ciò che oggi proviamo e tributiamo ripensando a quegli anni lontani: gratitudine e orgoglio per gli uni, solo umana e civile pietà per gli altri.
Perché non è uguale la conseguenza delle scelte che in quel tempo terribile vennero fatte. Da una parte la libertà, una democrazia dove tutte le idee potessero trovare casa. Dall’altra parte la dittatura, l’oscurità, l’alleanza nazista che distruggeva l’Europa e i popoli.
E allora io dico, in questo 25 aprile del 2011, quando tanti anni sono passati, eppure forse non abbastanza da permettere a tutti di capire fino in fondo, che la concordia nazionale di cui parlano alcuni è un bene, certo. Ma perché sia concordia non può essere un compromesso o una svendita. La festa della concordia nazionale esiste già: si chiama 25 aprile, festa della Liberazione, ed è quella che anche oggi celebriamo. Vengano con coi, vengano qui in questa piazza e nelle altre piazze d’Italia, riconoscano il significato di questa festa, giurino assieme a noi fedeltà all’ideale della libertà, dicano assieme a noi che il fascismo fu un male, e che la Resistenza – pur con qualche errore di taluni - fu riscatto della dignità e dell’anima di un’intera Nazione, fu l’altare civile alla cui giusta e santa causa tante vite vennero immolate, fu il nuovo Risorgimento di un popolo che voleva chiamarsi libero e non più oppresso, fu la più bella e nobile consacrazione di una leva di giovani che mai l’Italia abbia conosciuto. Vengano con noi a dire queste cose, e vivremo pienamente la vera concordia.
Le mie parole franche derivano solo da una profonda riconoscenza che diventa profondo amore per chi ha lottato - partigiani, militari, donne, uomini, giovani, vecchi - per la libertà.
Viva la Resistenza.
Viva la libertà.
Viva l’Italia. Viva Vicenza.

L’orazione ufficiale del presidente del consiglio comunale Luigi Poletto

Premessa: il Risorgimento del mondo arabo
Care concittadine e cari concittadini, Autorità,
quest’anno la Festa della Liberazione assume per noi tutti un significato particolare per due motivi:
1)     perché nel contempo celebriamo i 150 anni dell’Unità d’Italia (e lo facciamo con gioia e con onore e anche con un sereno orgoglio)
2)     e perché nel contempo il vento della democrazia ha ripreso a soffiare, imprevisto e tenace, impetuoso e inarrestabile sull’altra sponda del Mediterraneo travolgendo regimi autoritari e decrepiti, allontanando dittatori corrotti e crudeli, sconfiggendo apparati arcaici e repressivi. E noi vicentini che ci onoriamo di avere avuto tra i nostri concittadini Domenico Cariolato e Antonio Giuriolo, noi che siamo cittadini del mondo e che abbiamo capito il tormento e l’estasi della globalizzazione, non possiamo che essere solidali con le moltitudini che nella vicina terra araba, mosse dall’ansia della libertà, lottano per riaffermare la propria dignità, per difendere i propri diritti, per creare istituzioni democratiche e pluralistiche. Se così non fosse, se noi non ci ponessimo al fianco dei dimostranti di Damasco, del Cairo, di Tunisi, di Algeri, di Bengasi, di Amman, se questa solidarietà non si esprimesse con aiuti economici straordinari, con la costruzione di ponti di amicizia, con il rispetto dell’esito delle future elezioni qualunque esso sarà, con una cultura e una prassi dell’inclusione e dell’accoglienza, se non ci assumessimo questa responsabilità, allora noi tradiremmo lo spirito del 25 aprile  perché significherebbe negare ipocritamente ad altri popoli quella libertà che noi abbiamo conquistato e di cui godiamo. Perché non esiste solo la banalità del male, ma anche la banalità dell’indifferenza, tanto più grave quanto più forti erano i legami tra le dittature abbattute o contestate e l’Occidente democratico.

Il 25 aprile e l’Unità d’Italia
L’Unità d’Italia e il 25 aprile dunque. Un nesso profondo lega il Risorgimento italiano alla Resistenza. Gli obiettivi del Risorgimento erano tre: liberare gli italiani dalla servitù del dispotismo, conferire loro un senso di dignità come cittadini dello Stato nazionale, affermare il merito e la capacità dell’individuo contro il privilegio di nascita. Sono gli stessi valori che poi innerveranno la lotta partigiana e alimenteranno la spinta antifascista.
I limiti del processo risorgimentale sono già stati scandagliati autorevolmente: è stato denunciato l’impianto elitario del Risorgimento e il suo essere l’esito di una “conquista regia”, si è parlato di  Risorgimento come “rivoluzione fallita” incapace di modernizzare la coscienza delle masse, si è descritto il Risorgimento come una “Rivoluzione passiva” per non aver realizzato la riforma agraria. Sono interpretazioni fondate solo in parte. Personalmente ritengo condivisibile la tesi secondo la quale il Risorgimento fu una triplice Rivoluzione: una Rivoluzione nazionale contro regimi grotteschi e oppressivi, una Rivoluzione borghese contro l’arretratezza feudale dei latifondi e una Rivoluzione laica contro il temporalismo clericale.
Ma soprattutto attraverso il Risorgimento l’Italia entra nella modernità e fa propri i valori fondanti della moderna cultura europea nata dalla Rivoluzione francese, il razionalismo filosofico di matrice illuminista, la libertà come strumento di emancipazione individuale e collettiva, la giustizia come orizzonte di cambiamento sociale.
Si è compiuta in questi mesi una subdola operazione culturale e politica: si è affermato che ricordare il Risorgimento significa fare della retorica e si sono evidenziati i limiti di costruzione e di gestione dello Stato Unitario con l’unico scopo di contestare le ragioni dell’unità nazionale. Contro questa falsificazione dei fatti vanno pronunciate parole nitide. A chi chiede “perché una Italia unita?” bisogna rispondere con un’altra domanda: “cosa sarebbe stata l’Italia senza l’unità?” Una Italia divisa non sarebbe sopravvissuta nell’era della formazione dei grandi stati nazionali. Senza il Risorgimento l’Italia non sarebbe mai entrata nella modernità e avrebbero vinto il privilegio, l’oppressione, la negazione dei diritti, la privazione delle libertà e l’impossibilità della giustizia. L’Italia unita è quindi stata una necessità storica e un fatto progressivo per lo sviluppo del Paese.

Il Fascismo come esperimento totalitario
Il Risorgimento rappresenta uno dei nostri due giacimenti ideali a cui attingere in una epoca dominata dalla desertificazione dei valori, dalla frantumazione corporativa degli interessi, dall’indebolimento dello spirito pubblico.
L’altro grande giacimento ideale è la Resistenza antifascista. La Resistenza ripristina quei valori risorgimentali fondanti la convivenza civile che il fascismo aveva soppresso e mortificato.
In questi ultimi anni non solo una corrente storiografica revisionistica, ma anche una interpretazione mistificatoria proveniente dal mondo politico ha dipinto il Fascismo come un regime autoritario blando ed edulcorato, una forma di Stato paternalistica e bonaria,  un episodio certamente spiacevole, ma sostanzialmente innocuo della storia nazionale. No, no, no! Non è ammesso alterare i fatti della storia.
L’oblìo della storia induce il rattrappimento della ragione e il sonno della ragione - diceva Goya - genera mostri. Uno di questi mostri è il diffondersi nei giorni nostri di pulsioni razziste e di tendenze xenofobe. Se vogliamo evitare che questi mostri infettino la convivenza civile, occorre ricordare i fatti per come si sono svolti.
Se il Risorgimento italiano ha avviato il processo di trasformazione da sudditi a cittadini, il fascismo ha sottratto agli italiani la dignità di cittadini per renderli ancora sudditi. Il Fascismo ha tradito il Risorgimento perché ha sostituito al binomio di ideali risorgimentali di “Unità” e di “Libertà” un nuovo binomio di miti totalitari: lo “Stato etico” e la “Potenza”
Si è molto discusso in sede storiografica sulla natura del fascismo e sulle sue caratteristiche di fondo: si è parlato del fascismo come parentesi e malattia morale della coscienza europea, come autobiografia della nazione, come reazione di classe antiproletaria della borghesia, come modernizzazione autoritaria, come fenomeno degenerativo patologico della società di massa.
In realtà a me pare abbia ragione chi sostiene che il fascismo debba essere considerato come un fenomeno politico sorto dal trauma della Grande Guerra in opposizione radicale alla civiltà liberale. Il fascismo fu un esperimento totalitario, una inedita forma di dominio politico dittatoriale, basato sulla “volontà di potenza”. Il fascismo era generato da una ideologia radicalmente antidemocratica e populista capace di mobilitare le masse attraverso dei riti e dei simboli tipici di una religione pagana. Il regime fascista si identificava nella insindacabile discrezionalità del Duce, era imperniato sulla subordinazione assoluta del cittadino allo Stato ed era assistito da un apparato repressivo garante del controllo totalitario sulla società.

La Resistenza come “Secondo Risorgimento”
Qualche anno fa si è parlato dell’8 settembre come della “morte della patria”. Si tratta di una affermazione totalmente sbagliata: invece fu l’avvento del fascismo nel 1922 a decretare la morte della patria e anzi l’aver associato la nazione all’eliminazione dei diritti di libertà inquinò mortalmente il patrimonio risorgimentale e l’idea stessa di patria. La patria fascista non era concepita come comunità di destino in cui l’interesse pubblico prevale sull’interesse privato, bensì quale nazionalismo esasperato proiettato all’oppressione di altri popoli attraverso l’alleanza con il nazionalsocialismo tedesco, quel nazionalsocialismo a cui si deve la pagina più buia e oscena che l’umanità abbia mai scritto sul libro della propria storia: l’annientamento fisico degli ebrei d’Europa. Con la persecuzione antiebraica l’Italia cessò di esistere come soggetto nazionale perché una nazione che allontana da sé e sopprime una parte del popolo sulla base di un presupposto biologico non è più tale.
L’8 settembre non fu dunque la morte della Patria, bensì l’inizio di un nuovo cammino come comunità nazionale. Pietro Calamandrei scrisse all’indomani del 25 luglio 1943: “S’è ritrovata la patria”. La Resistenza antifascista segna il riscatto della patria, la rigenerazione dell’Italia e fonda il paradigma antifascista che sta alla base della Costituzione Repubblicana; con la Resistenza si realizza un nuovo Risorgimento. Tanto è vero che l’evocazione della Resistenza come “secondo Risorgimento” fu uno dei principali valori del patriottismo partigiano e il richiamo al sacrificio per la patria frequentemente affiora nelle lettere dei partigiani condannati a morte.

Memoria condivisa, ma senza “parificazioni”
Lo storico Claudio Pavone ha individuato nella Resistenza l’intreccio di tre diverse guerre: una guerra patriottica per la liberazione dell’Italia dall’invasore straniero; una guerra di classe per l’emancipazione di masse popolari oppresse e per la giustizia sociale e infine una guerra civile cioè un conflitto tra parti diverse dello stesso popolo italiano. Riconoscere nella Resistenza una guerra civile significa registrare una dinamica di fatto, non significa equiparare sul piano della moralità pubblica i combattenti partigiani e i combattenti della Repubblica Sociale italiana e dimenticare che gli uni combattevano per una causa giusta e nobile - la democrazia e la libertà - e gli altri per una causa sbagliata e dissipativa.
Personalmente sono convinto che l’Italia abbia bisogno di una memoria condivisa, del riconoscerci tutti in una stessa storia. Questa memoria condivisa può e deve portate ad una pacificazione, ma pacificazione non significa “parificazione”. L’umana pietà per tutti i morti della guerra di Liberazione di tutte le bandiere non può celare una operazione moralmente deprecabile di rilegittimazione e di riabilitazione del fascismo. Una memoria condivisa  deve mantenere il senso della polarità di quel tempo in cui si consumò una lotta irriducibilmente antagonistica tra le ragioni vitalistiche della democrazia e la cupezza crepuscolare del fascismo.

Uno squarcio sul futuro: una nuova idea di Patria, il compimento della Costituzione, gli Stati Uniti d’Europa
A me pare che il 25 aprile non sia una celebrazione cristallizzata in un lontano passato, ma una festa ancora impregnata di vibrazioni luminose che sollecitano le giovani generazioni a dare avvio ad una nuova Rivoluzione repubblicana fondata su tre pilastri: primo una “nuova idea di patria”, secondo, “il compimento della Costituzione repubblicana”, terzo, “la costruzione degli Stati Uniti d’Europa”.
1) In primo luogo UNA NUOVA IDEA DI PATRIA. Il fascismo aveva confiscato il concetto stesso di Patria entro la logica di un imperialismo aggressivo. La nozione fascista di patria deve essere respinta perché ripugnante caricatura della comunità nazionale. Ma la patria non può nemmeno essere un “non luogo spirituale” ridotto alla comunanza di lingua e agli inestimabili tesori dell’arte che la cultura italica ha regalato a noi e all’umanità intera. Fu Mazzini tra i primi a correlare la patria all’umanità e a un più generale dovere di fratellanza universale. Noi aspiriamo ad una idea forte di patria. Noi coltiviamo nel cuore l’idea di una patria lontana da una identità impaurita e narcisistica, noi vogliamo e amiamo una patria che sia pienamente inserita nell’era della globalizzazione, una patria aperta alle inesauribili sollecitazioni del mondo, una patria che fugga dalla tentazione di assecondare lo scontro delle civiltà e scelga di navigare nel mare aperto del dialogo tra le civiltà, una patria fondata sul “demos” - sul popolo - non sull’ethnos cioè sull’etnia, una patria che sia animata dalle molteplicità delle voci e dei patrimoni culturali, una patria che sia inclusiva e multiforme e chiami tutti alla felicità e alla civiltà dell’empatia.
2) Il secondo valore della Rivoluzione repubblicana che i giovani sono chiamati a fare è rappresentato dal COMPIMENTO DELLA COSTITUZIONE. La Costituzione ha le proprie radici nella Resistenza. La Costituzione si pone come religione civile in cui riconoscerci tutti senza distinzione e appartenenze ideologiche e attua in pienezza la democrazia la quale - come è stato autorevolmente scritto - “vuole potenti gli inermi e inermi i potenti e vuole forti i giusti e giusti i forti”.
La nostra Carta Costituzionale si dipana su tre direttrici.
a)     E’ innanzitutto una carta di valori e noi dobbiamo difendere quei principi fondamentali in essa contenuti di libertà, di uguaglianza e di laicità dello Stato e dobbiamo farlo con rigore e tenacia, e dobbiamo farlo con passione e dobbiamo farlo con generosità.
b)     E’ in secondo luogo un ordinamento istituzionale, una architettura di funzioni con pesi e contrappesi che regola la vita collettiva per evitare squilibri nell’assetto democratico. Questa architettura va aggiornata - pensiamo alla potente risorsa innovativa del federalismo -  ma non può essere stravolta e violentata sovvertendo le relazioni tra i poteri dello Stato, mortificando l’autonomia della magistratura, annebbiando il principio di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.
c)      In terzo luogo la Costituzione è una “Rivoluzione Promessa” perché contiene in sé l’ansia della giustizia sociale e un programma di riforma complessiva della società.
Pensiamo all’art. 3: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Significa che ogni individuo non è solo un cittadino astratto portatore di diritti e di doveri, ma è una persona concreta con una sua spiritualità e con una sua materialità, con aspirazioni, con valori, con sentimenti, con meriti, con bisogni da valorizzare e la Repubblica si impegna a favorire l’espansione di tutte queste potenzialità.
E pensiamo al successivo art. 4: “La Repubblica riconosce a tutti il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto”. Vi è qui una potente indicazione a favorire la piena occupazione, a porre il lavoro di tutti al centro delle politiche pubbliche, a disincentivare la precarietà quale condizione che impedisce ai giovani di progettare il proprio futuro.
La Costituzione è davvero un programma alto di riforma e di trasformazione dinamica del Paese. 
3) Il terzo cardine della Rivoluzione repubblicana è costituito dalla necessità di COSTRUIRE UNA VERA SOGGETTIVITA’ EUROPEA. L’Europa che voleva essere un autentico soggetto politico, ormai ha cessato di essere anche un progetto. Eppure l’antifascismo resistenziale abbonda di richiami alla dimensione europea quale spazio di civiltà democratica. Di fronte al declino americano e all’emergere di nuove potenze oggi economiche e domani militari,- non per un vezzo, ma per ragioni stesse di sopravvivenza - è necessario avere capacità di visione e immaginare un obiettivo ambizioso: costruire un’Europa che non sia solo il faticoso ed esangue coordinamento delle politiche fiscali e finanziarie, che non sia esclusivamente un’area commerciale con un’unica moneta, che non si dissolva nell’egoismo degli stati nazionali alla prima crisi internazionale, ma si doti di istituzioni realmente comuni e realmente rappresentative e realmente titolari di poteri decisionali Gli Stati Uniti d’Europa: ecco il sogno, ecco la rivoluzione, ecco la visione, ecco il progetto verso il quale indirizzare ogni sforzo e ogni energia.

Nell’antifascismo di Antonio Giuriolo le radici del nostro impegno
Gentili concittadine ed egregi concittadini, oggi “amare la patria” significa per certi aspetti “rifare la patria” cioè forgiarla secondo quella rivoluzione promessa che è contenuta nella Costituzione repubblicana. Un compito così impegnativo può essere sostenuto solo da una concezione elevata della democrazia e dall’antifascismo vissuto con coerenza assoluta. Ha scritto Licisco Magagnato a proposito di Antonio Giuriolo: “Questo soprattutto abbiamo appreso da lui: che l’antifascismo non era soltanto aventino e rimprovero e rimpianto, ma soprattutto protesta morale incessante, dovere assiduo di vita, impegno morale prima ancora che politico”
Viva la Resistenza, Viva la Costituzione, Viva l’Italia.

 

 

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