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23/09/2011

64° Ciclo di Spettacoli Classici del Teatro Olimpico: da giovedi' 22 a domenica 25 in scena "Elektra" di Hugo von Hofmannsthal

E' stata una produzione del Teatro Stabile del Veneto ad inaugurare il 64° Ciclo di Spettacoli Classici del Teatro Olimpico diretto da Alessandro Gassman. Da ieri all'Olimpico (e fino a domenica 25) va in scena Elektra di Hugo von Hofmannsthal, rilettura del dramma sofocleo scritta agli inizi del ‘900 dal grande drammaturgo e poeta tedesco. Protagonista dello spettacolo, considerato uno dei grandi capolavori letterari dello Jugenstil, sarà Elisabetta Pozzi con la regia di Carmelo Rifici che ha curato anche la nuova traduzione del testo.
La messa in scena di Elektra, pone una serie di complicate e stimolanti questioni. Prima di tutto c’è da chiedersi se la materia che il regista si trova a dover plasmare sia teatro o poesia, in secondo luogo ci si trova di fronte all’evidente problema dell’ambientazione della vicenda: la Grecia di Hofmannsthal non trova corrispondenza con la Grecia di Sofocle, terzo e non ultimo l’uso della musica. E’ noto a tutti che pochi anni dopo la stesura dell’Elektra , che fu scritta senza sostanziali correzioni in tre-quattro settimane, tra l’agosto e il settembre del 1903, il compositore Richard Strauss, colpito da quel testo che veniva incontro ai suoi gusti e alla sua stessa tecnica espressiva, se ne servì come libretto per la sua opera omonima. Vero che Hofmannsthal non aveva subito pensato ad un approdo operistico del testo, ma agli occhi degli studiosi contemporanei non può sfuggire che il binomio parole e musica dei due grandi autori era il fatale epilogo di una collaborazione artistica che può essere considerata tra le più alte e importanti dell’arte decadente.
Se Elektra è sicuramente annoverata tra i capolavori del decadentismo, uno dei migliori “pezzi d’epoca” dello Jugendstil, del liberty, un regista consapevole sa benissimo che per quanto affascinante siano i testi partoriti da quella corrente, oggi devono trovare una collocazione pertinente sui nostri palcoscenici, affinché possano raccontarci qualcosa che ci tocchi e ci emozioni.
Elektra è un “testo poetico”, non è poesia, non è drammaturgia. In questo si allontana terribilmente dalla tragedia ispiratrice: l’Elettra di Sofocle è scritta in una lingua evocativa ed epica, la pietrosità del linguaggio serve ad avvicinare, mattone dopo mattone, le figure dei fratelli fra loro e loro agli spettatori. La lingua del poeta tedesco non evoca perché strabordante, non è metaforica perché il suo contenente è già il suo contenuto. E’ un linguaggio immaginifico che non deve aprirci ad un mondo sotterraneo perché è già quel mondo. Caso mai la musicalità delle parole (e la musica, elemento imprescindibile) sono la chiave d’accesso all’inferno in cui l’autore vuole condurre lo spettatore. La poesia serve non ad evocare un mondo, ma a rappresentare un luogo connotato dalla sua stessa lingua. Le parole in poesia di Hofmannstahl hanno il compito di scagliare addosso allo spettatore una serie di immagini e suoni atroci e bestiali da condurre immediatamente questo in uno spazio-prigione popolato da mostri, personaggi deformi nel corpo e nell’anima. La vera ispirazione dell’autore, quindi, non va cercata nella Grecia di Sofocle, ma nell’universo poetico di Shakespeare, Elektra assomiglia molto di più ad Amleto che alla sua omonima classica. La poesia è utilizzata da Hofmannsthal per distruggere il concetto di azione. Amleto è il primo grande personaggio moderno intento più a ragionare che a muoversi, il dubbio se essere o non essere sta alla base dell’anelito di Elektra, che vuole uccidere ma non riesce a farlo. L’azione le è negata, buona solo ad immaginare il matricidio ma incapace di agire ella stessa. Un essere impossibilitato ad agire, chiuso in una prigione, così appare in quel tempo a Hofmannstahl l’uomo contemporaneo, e così vede se stesso. Prigioniera Elektra, e non meno di lei la sorella Crisotemide e l’odiata madre Clitennestra, tutte prigioniere della loro stessa follia, nel recinto angusto e isolato del cortile, delle loro angosce, delle loro ossessioni, del cerchio chiuso del loro sangue, smaniose di uscire dal carcere che le separa dal mondo, le esclude dalla vita, di uscire da se stesse e liberare gli incarcerati stimoli vitali.
Ma c’è di più: pur cercando riferimenti e suggestioni per la costruzione del suo testo nei due grandi autori del passato, Hofmannsthal viene soprattutto influenzato dalle grandi scoperte sull’inconscio dell’epoca. Elektra non può essere additata come un’opera di stampo psicologico, però c’è un tentativo dell’autore (forse non consapevole) di costruire una lingua molto vicina a quella che Freud utilizza nell’interpretazione dei sogni. C’è un’incisione psicologica dei personaggi che scopre Elektra coeva allo scandaglio psicologico del tempo. Molto di ciò che era nell’aria della Vienna di fine secolo, Hofmannstahl l’ha trovato negli studi sull’isterismo di Breuer e di Freud, ma le nuove interpretazioni psicologiche e analitiche sulla mente sono accolte dal poeta in funzione di paesaggi, di atmosfere, che per l’affinità di colori si offrissero alla dimora dei propri fantasmi. La Grecia di Hofmannsthal è quindi un’invenzione onirica del poeta, un incubo ossessivo dell’autore, insomma un sogno. O meglio l’analisi antelitteram dei sogni.

Elektra andrà in scena oggi  e domani alle 21, domenica 25 settembre alle 18. I biglietti si possono acquistare al botteghino del Teatro Olimpico dal martedì al sabato dalle 16 alle 18 (tel.0444222801). Punti vendita: teatro comunale  www.tcvi.it e sportelli Banca Popolare di Vicenza.

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